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Gianni Agnelli
Ho letto con attenzione quasi tutti i messaggi di partecipazione e condoglianze
inviati a La Stampa e ho letto un po di "eulogie" pubblicate
dai giornali italiani e stranieri. Non ho visto la televisione italiana
perché vivo in Australia. Ho cercato di confrontare londata
di sentimenti e di passioni espresse dai Torinesi e dagli Italiani con
i miei ragionamenti e il mio sentire. La sua morte ha esposto con drammatica
evidenza il disperato bisogno di "principi" dellanimus
Italiano.
Non ho conosciuto Agnelli se non in modo "mediato": attraverso
i rapporti con la Fiat e alcuni suoi dirigenti, attraverso le storie pubblicate
dai giornali e le sue rare fotografie sui rotocalchi. Come tutti gli Italiani.
Ho cercato nelle biblioteche e in rete suoi scritti, saggi, articoli o
libri: si trovano solo biografie scritte da giornalisti o da professionisti
della penna. Di originale suo non sono riuscito a trovare nulla.
Ho avuto con lui un "dialogo a distanza" deforme e mediato in
occasione della vicenda dello Stadio delle Alpi di Torino, io assessore
e lui presidente della Fiat e della Juventus se avessimo avuto un vero
incontro forse le cose sarebbero andate diversamente. Forse meglio, forse
peggio. Di lui ho scritto una voce nel mio "dizionario dello stadio"
che riletta dopo qualche anno mi sembra adeguata e corretta.
Mi ha sempre affascinato il pensiero di una vita vissuta nellonnipotenza:
tutto quello che vuoi fare lo puoi fare. Vedere luoghi, comperare cose,
conoscere personaggi, pagare personaggi, investire grandi somme di denaro
nelle iniziative che più ti stimolano culturalmente o per sfizio.
Mi sono spesso domandato cosa succede a un uomo mortale quando gli vengono
dati gli strumenti di un semidio. Alzarsi la mattina andare a sciare al
Fraiteve, poi in Costa Azzurra per fare due bordi su Agneta YCI e la sera
a Londra o a Parigi a cena con Rotschild o con Jane Fonda, o Elle McPherson
Certamente non aveva tempo per "scrivere" saggi, articoli o
tantomeno libri. Scriveva sintetici e micidiali promemoria. Telefonava,
e si esprimeva colloquialmente per battute "fulminanti": stroncava
cinicamente, apprezzava scetticamente, usava con eleganza lironia
e la eccezionale conoscenza del mondo che la condizione di "semidio"
gli consentiva. Usava con garbo naturale lintelligenza, il potere
e il fascino del potere.
Coloriva il suo già vivido personaggio con alcuni vezzi naturali
(la "erre" e il sorriso distante) e artefatti (lorologio
sopra il polsino e la cravatta fuori dal gilè).
Limmagine che si era costruita su di lui era travolgente: pochi
sfuggivano al fascino di Gianni Agnelli. Era avvenuto quasi naturalmente
e per effetto combinato della sua giovinezza di orfano adottato dal "senatore",
della avventura in Russia nella seconda guerra mondiale, delle avventure
di play-boy negli anni 50 e 60, del potere, della ricchezza, della formale
cortesia nel comando e nei rapporti personali.
Limmagine era anche "potente" e lo protesse nellincontro
ravvicinato con "mani pulite": per i "milanesi", a
differenza di altri presidenti, Agnelli poteva "non sapere".
Anche in quella occasione, di fatto non smagliante, l"aura"
di Agnelli si rafforzo. Altri vennero lussuosamente sacrificati.
Il mio sospetto alla luce degli ultimi anni Fiat/Torino è che nemmeno
lui sfuggisse al fascino di se stesso. Era in qualche modo un prigioniero
dorato della sua stessa scintillante immagine. Isolato, astratto, distaccato
unico e ultimo protagonista del paradigma "agnelli".
I suoi amici, dirigenti, consiglieri, confidenti, segretari, avvocati,
giornalisti, collaboratori, skippers, allenatori gli dicevano quello che
intensamente speravano gli facesse piacere. Lo sforzo dei dirigenti era
quello di "capire" cosa avrebbe pensato il "principe"
per poterlo anticipare e per evitare la frecciata sarcastica o, ancora
peggio, la annoiata dismissione.
In questa splendida prigionia si trova, a mio avviso, la spiegazione del
suo graduale distacco dalla realtà e della sua incapacità
conseguente di "vedere" cosa stava succedendo intorno a lui
per poter decidere e intervenire.
Il declino della Fiat in mano agli yes-men, la struttura del mercato "globale",
il pericolo della cappa protettiva che la politica al suo "servizio"
aveva costruito per la Fiat in Italia, il filtro della stampa posseduta
e disponibile, la lusinga ammirata e la adulazione servile, diretta, indiretta,
esplicita o implicita: nulla sembrava più emergere alla sua attenzione.
Forse, invece, vede e capisce perfettamente, ma, per qualche motivo, non
ha piu voglia di intervenire e si ritira dentro la sua splendida
immagine.
Così lintelligenza non si esprime più con autonomia
critica originale, ma filtrata dallimmagine e dal ruolo che limmagine
gli attribuisce e che lui, a sua volta, assume in una sequenza subdolamente
involutiva.
Torino, la sua città per nascita e per cultura, non è amata,
ma usata e sacrificata alle esigenze della Fiat. Il grande albero aziendale
affonda le radici in un humus sociale e industriale oramai sterile. La
fabbrica "mamma" ha dato da mangiare a tutti, ma quello che
ha preso da tutti è oggi allo sconto: territorio, ambiente, cultura,
investimenti, futuro, vita. Nel mercato globale e ferocemente competitivo
la "protezione" del governo italiano non è più
sufficiente a coprire le carenze qualitative. Nellazienda cambiano
le generazioni e i secchi promemoria del "principe" non possono
sostituire una solida ed elaborata strategia industriale. Lindotto
esausto dallo sfruttamento sistematico della "mamma" è
travolto per carenza di innovazione. La "cultura Fiat" diventa
un logismo negativo e provinciale.
I dirigenti si dedicano alle faide interne per catturare il favore del
"principe", e trascurano i loro compiti.
Limmagine fantastica, brillante, efficiente, "smart",
del Presidente non si trasferisce allimmagine dellazienda
che invece diventa sempre più modesta e slabbrata. Fix It Again
Tony.
Gianni Agnelli muore, lascia il vuoto della Fiat e lenorme vuoto
della immagine di lui che gli italiani avevano e che lui condivideva.
Lorenzo Matteoli
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